"La poesia di Sergej" di Corrado Facchinetti

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Sergey YeseninSergej Aleksandrovic Esenin, uno dei poeti più letti e amati in Russia, è ormai abbastanza conosciuto anche in Italia e chiunque può facilmente leggerne biografia in internet o reperire una qualche buona traduzione dei suoi versi. In questo mio breve e necessariamente incompleto articolo (in fondo è solo una semplice presentazione da corollario alle traduzioni) vorrei analizzare alcuni aspetti che mi pare siano degni di riflessione non solo in rapporto alla storia russa, su ciò che ad esempio ha significato la rivoluzione d’ottobre, il passaggio travagliato e incendiario dalla vecchia Rus’ all’Unione Sovietica, ma anche su ciò che per noi ha rappresentato di recente l’entrata nel nuovo millennio della cosiddetta globalizzazione, della post-modernizzazione economica e sociale, del dilagare dell’alta tecnologia, della contrapposizione, sempre più estenuante, tra tradizione e modernità, tra mistero trascendente del sacro e certezze presunte del pensiero razionalista dominante.

La rivoluzione russa (soprattutto l’immagine che si volle dare di essa, nella letteratura, nel cinema e nell’arte) fu essenzialmente proletaria e prevalentemente urbana. E questo è anche ciò che crudelmente volle essere: il sopruso di un modello industriale e proletario (che in Russia non era mai esistito o si trovava in uno stadio embrionale) sul mondo tradizionale e contadino. Un sopruso che in altri termini certa storiografia ha definito come “modernizzazione”.

Eppure questo passaggio drammatico, durato quasi un secolo, è riuscito a cambiare il paese solamente nella superficie: i cambiamenti, per quanto profondi e radicali non hanno modificato l’anima della Russia. Massimo Fini, in uno dei suoi reportage dall’U.R.S.S. per il settimanale “L’Europeo” scrisse con la sua solita acutezza: “Nonostante la sovietizzazione, nonostante il regime, nonostante l'occidentalizzazione, nonostante la tecnologia, nonostante l'Ismailova, il Cosmos e il prospekt Marxa, la Russia esiste ancora! Esiste nei russi. (...) Basta solo grattare un poco la patina piccolo borghese e tecnologica, avvicinare i russi là dove possono essere se stessi, nelle loro case, nei banja, nei mercati, e la vecchia Russia, anche se non più santa, la Russia contadina, barbara, profonda, salta subito fuori.” (tratto da “La vecchia Russia? È un gallo sul balcone”).

Proprio in questa affermazione va compresa la straordinaria simbiosi tra il poeta Serghej Esenin e il popolo russo: la sua poesia è in Russia veramente popolare perché 80 anni di Unione Sovietica non sono riusciti a cancellare del tutto l’imprinting rurale e sostanzialmente animistico della Russia.

Ed è l’amore per la Russia (o, meglio ancora, per la Rus’) la principale forza della poesia di Esenin. Anche altri grandi poeti hanno amato la Russia (si pensi a Pushkin, a Blok a Tjucev): ma l’hanno amata “dall’alto”, mentre Esenin la ama “dal basso” partendo dall’amore per gli animali, per i campi e per la natura. Non a caso Esenin si definì l’ultimo poeta contadino: “sono l’ultimo poeta contadino / rozzo è il ponte di legno dei miei canti, / già mi dicono il viatico divino / le betulle, turiboli oscillanti”.

E proprio quel mondo che stava scomparendo lo porta più volte a rifugiarsi in un intimistico rimpianto del passato: “sono malato di memorie dell’infanzia, / sogno le nebbie e l’umido delle sere d’aprile”. E si fanno via via sempre più frequenti e continui gli sbalzi che portano il poeta da un sognante entusiasmo per la vita a un nero e desolato pessimismo; da un lato il poeta immagina di salire su un cavallo rosa e partire, in un sonante mattino primaverile, per cavalcare la propria esistenza; poi questa immagine così evocativa si trasforma in quella disperata di un puledrino che, frenato dai cespugli nella sua corsa, insegue testardamente una locomotiva possente e inarrestabile senza mai raggiungerla od in quelle, altrettanto inquietanti, delle mani d’acciaio della città che stritolano le campagne o dello stomaco di legno delle capanne (izby) alle prese con un terrificante e implacabile tumore ferrigno.

Questa contrapposizione tra la città e la campagna è sintetizzata e certificata, per così dire, in modo straordinario anche nella distinzione che la lingua russa opera tra la strada della città (ulitza) e quella della campagna (daroga).

Non solo il poeta si trovò disperatamente solo e isolato contro la modernizzazione che veniva imposta all’interno dell’URSS, coi suoi divieti e le sue regole da caserma, ma pure contro le istanze modernizzatrici e “profanatrici” provenienti dall’esterno: “E a te, o America io dico, o via schiodata metà della terra, guardati sui mari dell’incredulità dal varare navigli di ferro. Non gravare con l’arcobaleno di ghisa i campi, né col granito i fiumi, sol con l’acqua del libero Ladoga l’uomo trapasserà l’esistenza. Non sprofondare con le mani azzurre nel vuoto il soffitto dei cieli, non si può costruire con capocchie di chiodi lo splendore delle stelle lontane. Di una nuova ascensione lascerò sulla terra le tracce”.

La sua poesia, dai toni a volte biblici e profetici a volte blasfemi, si basa sull’uso straordinariamente lirico che egli riesce a fare delle immagini che preleva dalla tradizione cristiano-pagana della Rus’ (appresa sin dall’infanzia dall’insegnamento dei nonni vecchio-credenti), ma anche direttamente della natura e dal mondo contadino. Queste immagini vanno pienamente vissute dal di dentro e comprese ciascuna nel proprio intrinseco mondo interiore: la mucca, la segale, il sorbo, l’acero, il gatto, il cane, la stella, la betulla, la ragazza, la Madre di Dio, l’icona, l’izba, il cavallo, il fiume, i campi e la luna hanno un’anima e sono indipendenti l’un dall’altro eppure legati ed interscambiabili: il tutto si unisce in uno e l’uno si allarga nel molteplice. Così la betulla diviene la diafana ragazza che attende il poeta sulle rive dello stagno circondato dai gialli cespugli, dove riecheggiano ancora i bellissimi versi: “Oh seno di fanciulla, / verde capigliatura, / perché guardi, oh betulla, / la pozzanghera scura? / Che ti mormora il vento / e sussurra la duna? / Cerchi nel firmamento / per pettine la luna?”; oppure la mucca è sì il mammifero dai grandi occhi tristi che, mentre sogna verdi pascoli sereni in cuor suo attende paziente il crudele destino, ma è al tempo stesso la Russia che ha figliato la Rivoluzione (quella messianica e contadina sognata dal poeta) ed è pure la Madre di Dio che ha partorito il rosso vitello, Cristo Salvatore, che le hanno appena ammazzato e la cui pelle oscilla ad una pertica alla furia del vento. Lo stesso mortale destino si abbatté sul poeta, cogliendolo impreparato in una squallida stanza dell’hotel d’Angleterre di Leningrado, in una gelida sera di dicembre del 1925.

Corrado Facchinetti


I brani di poesie di Esenin presenti nel testo sono state prese dall’ottima antologia “Il fiore del verso russo” di Renato Poggioli